"Ci aspettiamo una moderata crescita per il futuro, crediamo che il mercato immobiliare inizi a stabilizzarsi..........La nostra stima è che non ci sono indicazioni per ora  che le perdite del mercato subprime si siano estese a tutto il mercato dei mutui che sembra ancora essere sano.... Ben Bernanke (presidente della FED) agosto 2007 HAHAHAHA!!!

martedì 7 gennaio 2014

Splendida intervista tratta da L'indipendenza.com


Hoppe sulla crisi: piccoli Stati indipendenti, buona moneta, meno tasse

Wiwo: Professor Hans Hermann Hoppe, attualmente interventi statali nell’economia hanno certe conseguenze. Molti cittadini desiderano più Stato e meno mercato. Lei come lo spiega?
Hoppe: La storia mostra che le crisi alimentano la crescita dello Stato. Questo diventa particolarmente evidente con guerre o attacchi terroristici. I governi sfruttano quelle crisi, per atteggiarsi come risolutori di crisi. Questo vale anche per la crisi finanziaria. Ha dato a governi e banche centrali un’ottima occasione per intervenire in modo ancora più massiccio nell’economia. I rappresentanti dello Stato sono riusciti a riversare la colpa della crisi sul capitalismo, i mercati e la cupidigia.
Wiwo: L’economia mondiale non sarebbe, senza gli interventi delle banche centrali o dei governi in forma di iniezioni di liquidità e programmi di congiuntura, precipitata in una profonda depressione come negli anni ’30?
Hoppe: È una falsa credenza, secondo la quale governi e banche centrali potrebbero aiutare, con programmi, l’economia a rimettersi in piedi. Programmi “congiunturali” c’erano già negli anni ’30 negli USA, ma la grande depressione finì appena dopo la Seconda guerra mondiale. Negli anni precedenti, la disoccupazione negli USA non scese mai oltre il 15%. Le banche fecero incetta di denaro della banca centrale, anziché concedere prestiti. Una cosa simile accade oggi. Il denaro non raggiunge i mercati dei prodotti reali e i prezzi salgono di poco. Questo non significa, però, che non ci sia inflazione. Basta vedere lo sviluppo dei mercati azionari, per rendersi conto di dove confluisca il denaro. L’inflazione è nei mercati finanziari.
Wiwo: Il rialzo dei mercati azionari è anche una conseguenza degli interessi reali negativi, che rendono poco attrattivo il risparmio…
Hoppe: … e in questo modo mettono in pericolo il nostro benessere. Un’economia può crescere solo se gli uomini risparmiano di più e consumano di meno. Senza risparmi non ci sono investimenti di portata.
Wiwo: Perché?
Hoppe: Le faccio un esempio semplice. Si immagini Robinson Crusoe e Venerdì sulla loro isola solitaria. Se Robinson pesca dei pesci e non li consuma subito, ma li dà a Venerdì, quest’ultimo può mangiare per alcuni giorni e investire il suo tempo a finire di tessere una nuova rete. Con questa rete Venerdì può pescare pesci, per mangiarli e ridarne una parte a Robinson. Entrambi stanno meglio di prima. Cosa succede, però, se Robinson non risparmia, bensì mangia da solo tutti i pesci e dà a Venerdì un certificato, che egli potrà riscuotere in pesci? Quando vorrà riscuotere, Venerdì si renderà conto che non ci sono più pesci. Dovrà procurarsi da solo e velocemente del cibo e non avrà tempo di finire la nuova rete, che rimane una rovina d’investimento, un investimento sbagliato insomma. Il tenore di vita di Robinson e Venerdì cala.
Wiwo: Cosa ha a che fare tutto ciò con la nostra situazione attuale?
Hoppe: Qualcosa di simile accade nelle nostre macroeconomie. La creazione di credito dal nulla comprime artificialmente gli interessi verso il basso e scatena investimenti, che non hanno una contropartita in risparmi. A causa degli interessi bassi si risparmia poco e si consuma sempre di più, così come Robinson non risparmia, bensì mangia tutti i pesci. Il consumo incrementato toglie risorse agli investimenti, i progetti non possono essere portati a compimento, le banche tagliano i crediti, i progetti vengono liquidati, l’economia precipita nella crisi.
Wiwo: Questo significa che siamo minacciati dal prossimo crash?
Hoppe: Le banche centrali cercano di porre un termine alla crisi con ancora più crediti e più denaro, sebbene essa sia sorta da troppo denaro e troppo credito. Quindi il prossimo crash sarà ancora più violento del precedente.
Wiwo: I guardiani della moneta promettono di frenare la liquidità, prima che la situazione sia compromessa.
Hoppe: Può essere possibile, teoricamente. Le banche centrali potrebbero ridurre la quantità di denaro, vendendo titoli di Stato. Solo che nella pratica ciò non è mai accaduto. Infatti ciò contraddice la strategia delle banche centrali, di tenere gli interessi più bassi possibili…
Wiwo: …e di creare inflazione?
Hoppe: Le banche centrali cercano di salvare il sistema del denaro cartaceo con tutti i mezzi. Temo che il passo successivo sarà l’eliminazione dell’ancora esistente competizione delle monete fiat attraverso una centralizzazione bancaria e del denaro. Alla fine ci potrebbe essere una sorta di banca centrale globale con una moneta comunitaria globale, nella quale confluirebbero Euro, Dollaro e Yen. Liberata dalla competizione con altre monete, questa banca avrebbe ancora più margine di gioco per l’inflazione. La crisi non finirebbe, bensì ritornerebbe a livello globale e con tutta veemenza.
Wiwo: Alcuni economisti esigono di legare le mani alle banche centrali e di introdurre di nuovo il Gold Standard.
Hoppe: Governi e banche centrali faranno resistenza. Tutti i monopolisti statali monetari e le banche centrali non hanno interesse a perdere il loro potere. Quindi reputo come non realistico un ritorno volontario al Gold Standard.
Wiwo: Che dire della Cina, il Paese che vorrebbe stabilire lo Yuan come moneta-guida?
Hoppe: Per la Cina sarebbe un’abile mossa di scacchi, garantire la copertura dello Yuan con l’oro, scalzando dal trono il Dollaro. Con uno Yuan coperto dall’oro i giorni dell’egemonia americana e del Dollaro sarebbero contati. Per questo l’occidente farà di tutto per impedirlo.
Wiwo: In Europa i governi e la banca centrale si sono posti al di sopra della legge e del diritto per il salvataggio dell’Euro, senza che ci sia stato un grido d’allarme dei cittadini in Germania.
Hoppe: I Tedeschi si lasciano dettare dall’America ciò che devono fare o lasciare. L’America ha interesse che l’Euro rimanga, perché è una concorrenza più comoda di una con 17 monete. Per far valere i propri interessi con pressione politica, l’America si deve rivolgere a una sola banca centrale: la BCE.
Wiwo: Il salvataggio dell’Euro e la crescente cessione di competenze a Buxelles suscitano malessere nella popolazione. Le élite politiche hanno sovraffaticato la disponibilità d’integrazione dei cittadini?
Hoppe: Gli Stati hanno generalmente la tendenza a centralizzare il loro potere. In Europa la cessione di competenze a Bruxelles dovrebbe eliminare la concorrenza dei Paesi tra loro. Il sogno degli statalisti è uno Stato mondiale con tasse e regole uniformi, che toglie ai cittadini la possibilità di migliorare il proprio tenore di vita, emigrando. I cittadini riconoscono che l’Unione Europea, in fondo, è un apparato globale di distribuzione. Questo fomenta il malcontento e attizza l’invidia dei popoli l’uno contro l’altro.
Wiwo: cosa si può fare contro?
Hoppe: Per la libertà sarebbe la cosa migliore, che l’Europa si dividesse in tanti piccoli Stati. Questo vale anche per la Germania. Più è piccola l’espansione territoriale di uno Stato, più facile è emigrare e più gentile deve essere lo Stato verso i suoi cittadini, per mantenere quelli produttivi.
Wiwo: Lei vuole un ritorno ai piccoli Stati ottocenteschi?
Hoppe: Guardi lo sviluppo economico-culturale. Nel XIX° secolo quella che oggi è la Germania era la regione-guida dell’Europa. Le più grandi performance culturali nacquero in un periodo, in cui non c’era un grande Stato centrale. I piccoli territori erano in un’intensa concorrenza tra loro. Ognuno voleva avere le migliori biblioteche, teatri e università. Questo portò avanti lo sviluppo culturale e intellettuale molto di più che, per esempio, in Francia, all’epoca già centralizzata. Lì si concentrava tutto a Parigi, mentre il resto del Paese affondava nel buio culturale.
Wiwo: Ma il commercio libero rischia, con secessioni e mini-Stati, di rimanere per strada.
Hoppe: Al contrario: piccoli Stati devono spingere il commercio. Il loro mercato non è abbastanza grande e loro troppo poco diversificati, per vivere in modo autarchico. Se non commerciano liberamente tra loro, muoiono in una settimana. Al contrario, un grande Stato come gli USA può approvigionarsi da solo e quindi non sono dipendenti dallo scambio con altri Stati. Oltretutto, piccoli Stati sovrani non possono scaricare le proprie colpe (e i propri debiti) sugli altri, quando qualcosa non funziona. Nella UE Bruxelles viene fatta responsabile per tutti i malfunzionamenti possibili. In piccoli Stati indipendenti risponderebbero i governi stessi per i malfunzionamenti nei propri Paesi. Questo ha un effetto pacificatore dei popoli tra loro.
Wiwo: Piccoli Stati avrebbero monete proprie. Sarebbe la fine dell’integrazione dei mercati finanziari.
Hoppe: Piccoli Stati non possono permettersi monete proprie, perché questo farebbe salire i costi per le transazioni. Punterebbero a una moneta comune, indipendente e non influenzata dai singoli governi. Con grande probabilità si accorderebbero su moneta solida come oro o argento, il cui valore verrebbe stabilito dal mercato. Piccoli Stati portano a meno Stato e più mercato nel sistema monetario.
Wiwo: Se l’Europa diventasse un agglomerato di piccoli Stati, non avrebbe economicamente nulla da dire in un contesto internazionale di Paesi grandi.
Hoppe: Come fanno, allora, Svizzera, Liechtenstein, Montecarlo e Singapore a essere più avanti di tutti gli altri? La mia impressione è che questi Paesi siano più benestanti della Germania e che i Tedeschi erano più benestanti prima di invischiarsi nell’avventura dell’Euro. Dovremmo allontanarci dalla rappresentazione, secondo cui l’economia avverrebbe tra Stati. L’economia avviene tra uomini e imprese, che producono qui e là. Non concorrono Stati con altri Stati, bensì imprese con altre imprese. Non la grandezza di uno Stato ne determina il benessere, bensì la capacità dei propri cittadini.
Wiwo: Indipendentemente dal numero dei territori sovrani si pone la domanda, di quanto Stato ha bisogno una società. Liberali classici esigono uno Stato da guardiano notturno, che si limiti alla garanzia di libertà, proprietà e pace. Lei non vuole più alcun Stato. Perché?
Hoppe: I liberali classici sottovalutano la tendenza espansiva, inerente allo Stato. Chi stabilisce, poi, quanti poliziotti, giudici e soldati – pagati con le tasse – ci sarebbero? Nel mercato, basato sul libero scambio e pagamento di beni e prestazioni, la risposta è semplice: viene prodotto tanto latte quanto viene richiesto e venduto al prezzo, che i consumatori sono disposti a pagare. Il governo di uno Stato, però, risponderà alla domanda “quanto” in questo modo: più soldi abbiamo, più possiamo fare. Potendo costringere i cittadini a pagare tasse, il governo pretenderà sempre più soldi e fornirà servizi sempre più scadenti. L’idea di uno Stato minimale è una costruzione concettualmente sbagliata. Stati minimali non possono mai rimanere minimali.
Wiwo: Ma chi dovrebbe proteggere la proprietà e garantire il diritto, se non lo Stato?
Hoppe: Se lo Stato protegge la proprietà con poliziotti, allora riscuote tasse per questo. Le tasse, però, sono un esproprio. Lo Stato diventa, così, un espropriante protettore della proprietà. E uno Stato che vuole garantire legge e ordine, ma può emanare leggi, è un tutore della legge che viola la legge.
Wiwo: A chi vuole affidare il compito di tutelate diritto e proprietà?
Hoppe: Le imprese dovrebbero assumersi quei compiti, capaci e che competerebbero sul mercato così come per tutti gli altri beni e prestazioni. Ogni società è contraddistinta da conflitti di proprietà, ma non deve essere lo Stato a risolverli. Si immagini una società senza Stato. In un ordine naturale di quel genere ogni persona è da considerare innanzitutto come proprietaria di tutte le cose, che lei controlla. Chi afferma il contrario, deve dimostrarlo. In una società simile i conflitti vengono appianati da autorità naturali. In comunità di paese queste sono persone, rispettate da tutti. Esse fungono da giudici. Se sorgono conflitti tra persone di comunità differenti, che si rivolgono a giudici differenti, allora il conflitto è da appianarsi sul livello successivo. L’importante è che nessun giudice abbia il monopolio del diritto.
Wiwo: suona piuttosto irrealistico…
Hoppe: … ma non lo è. Guardiamo un po’ come vengono appianati oggi i conflitti, che superano i confini. A livello internazionale regna una sorta di anarchia del diritto, dato che non c’è uno Stato mondiale regolatore. Cosa fanno i cittadini del triangolo di Basel, quindi Tedeschi, Francesi e Svizzeri, se sorgono conflitti tra loro? Ognuno si può rivolgere inizialmente alla propria giurisdizione. Se non si trova un accordo, vengono chiamati arbitri indipendenti, che emettono un verdetto. Si arriva per questo a più conflitti tra i cittadini di questa regione che tra quello di Düsseldorf e Colonia? Non ne ho mai sentito parlare. Questo dimostra che è possibile risolvere pacificamente vertenze interpersonali, senza che lo Stato sia monopolista del diritto.
Wiwo: Un sistema di diritto senza Stato potrebbe potrebbe superare l’immaginazione della maggior parte dei cittadini.
Hoppe: Perché? In fondo sono idee facilmente comprensibili, che sono state scacciate dai fautori del potere statale nel corso dei secoli. È stato un errore evoluzionistico, quello di sostituire la libertà degli uomini per la scelta di legiferazione e di applicazione del diritto con un monopolio statale del diritto, cosicché in seguito a elezioni generalistico-universali andassero al potere dei bifolchi, che sfruttassero poi il potere legiferatore a loro dato, per arricchirsi della proprietà di coloro che avessero più di loro. Al contrario un capoclan, che viene eletto volontariamente come mediatore per controversie, potrebbe essere un uomo ricco, che non ha motivo di mirare alla proprietà altrui. Altrimenti non verrebbe eletto come moderatore.
Wiwo: Come vuole impedire, in un mondo senza ordinamento statale, che i diritti alla libertà come quello all’incolumità vengano calpestati?
Hoppe: Le faccio una controdomanda: al presente vengono impedite quelle infrazioni dall’esistenza degli Stati? No. Ci saranno sempre zone in cui avvengono omicidi colposi e volontari, fino a quando gli uomini saranno uomini. Gli Stati hanno migliorato in qualche modo la situazione? Ho i miei dubbi in proposito. Anche gli Stati vengono condotti da uomini. Ma, a differenza delle comunità senza Stato, i capi di Stato hanno il monopolio – anche se temporaneo – del potere. Ciò non le rende peggiori di quanto lo sarebbero già? Gli uomini non sono angeli, bensì portano spesso qualcosa di maligno sullo scudo. Perciò la miglior difesa della libertà è quella di non procurare a nessuno un monopolio. Non si materializzano esseri angelici, appena c’è un monopolio.
Wiwo: Ammettiamo che noi la seguissimo e affidassimo i classici compiti dello Stato, come la tutela della proprietà e la giurisprudenza a organizzazioni private. Non ci troveremmo di fronte al problema, che anche in queste organizzazioni personaggi loschi prenderebbero il comando e formerebbero un cartello a danno dei cittadini?
Hoppe: Il pericolo che si arrivi a questo è minimo. Cartelli possono sopravvivere a lungo termine solo se lo Stato li protegge. Imprese formano cartelli, per spartirsi il mercato. Di questo approfittano i membri più deboli del cartello. Al contrario, quelli più forti possono assicurarsi grosse fette di mercato fuori dal cartello. Non appena se ne rendono conto, il cartello si disgrega.
Wiwo: Fino a quel momento, però, i fratelli del cartello sfruttano i cittadini.
Hoppe: Adesso che fa, lei si suicida per paura della morte? Se lei affida il compito allo Stato, esso ha dall’inizio un monopolio, di cui può abusare, per limitare la libertà dei cittadini.
Wiwo: Come pensa di trattare il problema delle esternalità in una società privata e senza Stato? Chi dovrebbe occuparsi, per esempio, che l’artefice di danni ambientali si sobbarchi anche i costi?
Hoppe: Il problema è facile da risolvere. Basta dare a chi è stato danneggiato il diritto di fare causa. Così esso può citare in giudizio il danneggiatore e chiedere il risarcimento dei danni. Nel XIX° secolo era usuale, che i cittadini citassero in giudizio le imprese, se queste avessero danneggiato le loro proprietà (dei cittadini) con danni ambientali. Più tardi lo Stato ha limitato questo diritto, per proteggere determinati settori industriali. È decisivo il fatto che il diritto a fare causa venga chiaramente ordinato. Il principio di base deve recitare: chi arriva primo ha la proprietà. Per esempio: se un’impresa fa uno stabilimento con elevata emissione di agenti inquinanti vicino a un centro abitato già esistente, gli abitanti hanno diritto di fare causa all’impresa. È un principio semplice, che capiscono anche i bambini. In America, al tempo dei cercatori d’oro, si svilupparono, senza partecipazione dello Stato, criteri, secondo i quali i cercatori d’oro delimitavano il proprio terreno. All’epoca c’erano persone, che registravano le cause. Ciò significa: questioni di proprietà si possono risolvere senza lo Stato.
Wiwo: lei, però, non può organizzare la difesa del Paese senza lo Stato. Nessuno può essere escluso dalla sicurezza, che un esercito garantisce. Quindi c’è bisogno dello Stato, per far partecipare i cittadini, con le tasse, ai costi dell’esercito.
Hoppe: Chi Le dice che tutti i cittadini vogliano essere difesi? Viviamo in un mondo della scarsità. Denaro, che viene speso per la difesa del territorio, non è più disponibile per altri scopi. Alcuni uomini non vogliono affatto essere difesi, bensì volano più volentieri, con i loro soldi, in vacanza alle Hawaii. In caso di attacco dall’esterno, probabilmente essi prenderebbero la decisione di lasciare il Paese e non avrebbero bisogno della difesa di un esercito. Lo Stato non ha alcun diritto di costringerli al finanziamento di forze armate tramite tasse. In una società senza Stato, gli uomini possono, se vogliono, formare piccole unità come le comunità di paese e difendersi da soli o ingaggiare servizi di sicurezza privati. Avrebbero la libertà di decidere da soli, per cosa spendere o loro soldi.


*Traduzione di Diego Tagliabue. Intervista della Wirtschaftswoche con il libertario e anarcocapitalista Hans-Hermann Hoppe

giovedì 31 maggio 2012

Davvero la soluzione è svalutare?


Riporto da usemlab

Davvero la soluzione è svalutare?

Rilancio di seguito uno dei migliori articoli critici che abbia letto di recente sull'argomento svalutazione competitiva. Sempre più voci stanno invocando la svalutazione come soluzione ai problemi dell'eurozona, ed in particolare ai problemi dei PIIGS. Si tratta di un argomento frutto di una profonda ignoranza economica (genuina o dissimulata) che cerca di perpetrare un terribile inganno ai danni della maggior parte della popolazione. L'articolo, di Patrick Barron, pubblicato originariamente sul sito del Mises Institute, è stato tradotto da Francesco Simoncelli per VonMises.it e qua ne offro una versione da me ulteriormente rielaborata al fine di renderlo ancora più chiaro, leggibile e scorrevole. Per chi non lo avesse ancora ordinato, ricordo che oggi è l'ultimo giorno per potere acquistare il libro A Scuola di Economia con la spedizione in omaggio (inserite il coupon "scuolaeconomia" nella procedura di acquisto).
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di Patrick Barron

L’euro è nei guai. Non è certo di una novità. La novità è che certe persone dalle tasche piene siano disposte a pagare degli economisti per avere una soluzione al problema. Lord Wolfson, ad esempio, ha offerto un premio di £250,000 a chi sarà in grado di offrire la migliore via d’uscita dall’Unione Monetaria Europea (EMU). A Marzo sono stati annunciati i cinque candidati finalisti. Il vincitore sarà annunciato nel mese di Giugno.

Nessuno di questi cinque finalisti, Neil Record, Jens Nordvig, Jonathan Tepper, Catherine Dobbs, e Roger Bootle, propone e auspica un ritorno a una moneta sonante; tutti propongono invece l’emissione di nuove valute nazionali a corso forzoso dando per scontato che tale passaggio apporterà dei benefici ai paesi improduttivi oggi in difficoltà.

La teoria sottostante alle loro proposte è che la svalutazione monetaria stimolerà la crescita economica attraverso le esportazioni. Benché essi auspichino nuove riforme economiche, nutrono poca fiducia sul fatto che possano essere realizzate in tempi brevi, pertanto considerano la svalutazione come l’alternativa più rapida.

Funzionerà davvero tutto ciò? Prima di parlarne, vediamo di spendere due parole sul tema della svalutazione.

La Svalutazione nei confronti dell’Oro

Storicamente, la svalutazione di una moneta era riferita al rapporto di cambio con l’oro. La quantità d’oro in circolazione non poteva essere incrementata né per grandi quantità né in tempi molto rapidi. L’oro doveva essere prima estratto, poi coniato, e quindi messo in circolazione. L’intero processo oltre ad essere costoso, richiedeva, come ben sappiamo, un periodo di tempo non indifferente.

In tempi lontani, il sistema più utilizzato per poter svalutare era quello di tosare le monete sostituendole parzialmente con un metallo di base. Con l’introduzione delle banconote, il processo divenne più rapido, facile ed economico: per produrre denaro era sufficiente inserire carta a volontà nelle rotative della zecca facendole girare senza sosta. Al giorno d'oggi qualsiasi ammontare desiderato può essere prodotto ed immesso istantaneamente nel sistema attraverso qualche semplice clic del mouse.

Svalutazioni che meritano particolare menzione, verificatesi ai tempi in cui il denaro, per ammissione degli stessi governi, corrispondeva a un determinata quantità di metallo, sono la svalutazione del franco svizzero nel 1936, descritta da Mises nell’Azione Umana, e la scioccante svalutazione americana del 1934, pari al 69% del valore del dollaro di allora. In questi casi, e in altri simili, la svalutazione era considerata un atto vergognoso, equivaleva ad ammettere un fallimento e un atto di frode: la banca centrale del paese aveva stampato e messo in circolazione più unità monetarie di quelle che avrebbe potuto convertire in oro al cambio prefissato.

La Svalutazione nei confronti delle altre Valute Fiat

Il tipo di svalutazione propugnata dagli economisti odierni è, in un certo senso, differente da quella che si verificava una volta per un particolare aspetto: oggi non esiste merce di riserva — oro o argento — rispetto alla quale la valuta nazionale debba essere svalutata. Quando si parla di svalutazione ci si riferisce pertanto al valore di una particolare divisa in relazione al valore di altre divise sempre a corso forzo. Tuttavia, il meccanismo sottostante la svalutazione è sempre lo stesso: inflazionare l’offerta di denaro, ovvero produrne quantità maggiori rispetto ad altre banche centrali. In altre parole la banca centrale fornisce agli acquirenti stranieri più valuta nazionale con la quale acquistare beni e servizi locali. Questo incremento dell’offerta monetaria troverà le proprie strade attraverso gli scambi economici, portando generalmente ad un aumento dei prezzi. Gli economisti chiamano questo processo “inflazione importata.”

In sostanza, chiunque oggi sostenga le svalutazioni competitive sta solo cercando di convincere i propri connazionali ad accettare come una cosa positiva ciò che una volta era invece considerato un atto ignobile e vergognoso.

Chiarito questo punto, cosa possiamo dire con riguardo all’altra affermazione, quella per cui la svalutazione della propria divisa nazionale rispetto alle altre aiuterebbe effettivamente un paese a diventare più competitivo? Che cosa si è detto in passato su questo argomento?

Le intuizioni di Immanuel Kant, Frederic Bastiat, e Henry Hazlitt

Una politica di svalutazione potrebbe benissimo essere giudicata in base ai criteri dell’imperativo categorico di Immanuel Kant: la svalutazione andrà a beneficio di tutti, in ogni luogo, e in ogni momento? Possiamo affermare, ad esempio, che gli esportatori ne trarranno dei benefici, visto che grazie alla svalutazione riusciranno ad aumentare le loro vendite. Tuttavia la questione, per essere ben esaminata, richiede maggiori riflessioni. A tal proposito consideriamo i preziosi insegnamenti di Frederic Bastiat e di Henry Hazlitt.

L’aumento delle esportazioni è sicuramente un risultato visibile che la maggior parte degli esperti considera un fattore positivo. L’aumento dell'export può essere misurato. Tuttavia questo è solo ciò che si vede. Ma cosa dire con riguardo alle vendite perse dagli importatori? Gli importatori hanno aspettative contrarie a quelle degli esportatori. La valuta avrà un potere d’acquisto inferiore tale per cui le vendite degli importatori saranno colpite dall’aumento dei prezzi che dovranno cercare di scaricare sui propri clienti. Come si possono misurare vendite che non avverranno mai? Questo è quello che non si vede,  proprio ciò di cui parla Bastiat.

Ed è solo l’inizio.

Hazlitt ci direbbe di guardare anche agli effetti di lungo termine. Ciò che si vede è che gli esportatori utilizzano per primi il denaro di nuova creazione acquistando i fattori di produzione ai prezzi correnti. I maggiori profitti derivanti dalle maggiori vendite li arricchiranno, perché sono i primi a ricevere il denaro fresco di stampa. Tuttavia, cosa dire di coloro che ottengono i soldi molto più tardi, come i grossisti, o non li ottengono affatto, come i pensionati?

Nel corso del tempo il nuovo denaro immesso in circolazione fa sì che tutti i prezzi salgano, anche i fattori di produzione pagati dell’esportatore. I benefici che egli ha ottenuto grazie alla svalutazione lentamente andranno ad esaurirsi. Le sue vendite presto o tardi inizieranno a calare per tornare ai livelli pre-intervento. A quel punto cosa può fare l’esportatore se non esercitare nuove pressioni sul governo per un altro giro di espansione monetaria?

L’Espansione Monetaria Crea il Ciclo di Boom e Bust

L’aumento generale dei prezzi e gli effetti redistributivi da esso generati costituiscono ancora solo una parte della storia. C’è infatti dell’altro: l’aumento dell’offerta monetaria causerà inevitabilmente il ciclo economico di espansione e crisi (boom and bust). La fase espansiva è stata male interpretata da tutti i finalisti del Premio Wolfson. Essi prendono in considerazione solo le prove storiche degli effetti benefici di breve termine apportati dalla svalutazione. Ad esempio, Jonathan Tepper scrive che “nel mese dell’Agosto 1998 la Russia fece default sul proprio debito sovrano svalutando la propria divisa. Tuttavia non si verificò alcuna catastrofe.” Più avanti scrive, “l’Argentina fu costretta a dichiarare default e a svalutare tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002. Nonostante le fosche previsioni, l’economia argentina si riprese straordinariamente bene.” Tuttavia queste sono solo le apparenze immediate e temporanee della fase di boom causata dall’espansione monetaria. Non solo le nazioni in bancarotta si sono liberate del proprio debito conservando di fatto guadagni illeciti a danno degli investitori stranieri, ma le loro politiche monetarie espansionistiche hanno provocato nuove bolle speculative. Ad oggi, né la Russia né l’Argentina sono riuscite a ricostruire uno sviluppo economico sostenibile.

L’Esportatore come Agente di Trasferimento di Ricchezza

In ultima analisi, dovrebbe essere ben chiaro come la spinta al ribasso del potere d’acquisto della propria valuta non costituisca alcun beneficio di lungo periodo per i paesi che attuano tali politiche. L’unica ragione per cui l’esportatore registra maggiori vendite è che l’acquirente dei beni esportati sta comprando adesso ad un prezzo inferiore. Questo minor prezzo non è il risultato di una produzione più efficiente, ma di una sovvenzione — un trasferimento di ricchezza — da parte di alcune persone che vivono nel paese esportatore verso l’acquirente straniero. A ogni successiva espansione monetaria, la ricchezza viene incanalata verso l’esportatore, i suoi dipendenti e quegli altri soggetti che ricevono il denaro nelle fasi iniziali della svalutazione. Tutti gli altri si ritrovano danneggiati. In effetti, le vendite dell’esportatore sono state sovvenzionate da quei connazionali a cui il nuovo denaro giunge solo nelle fasi successive. L’esportatore costituisce il mezzo, non ben percepito, con cui viene effettuato il trasferimento. La nazione nel suo insieme sta peggio; è meno competitiva, non più competitiva di prima.

Ritardare la Vere Riforme con un’Inutile “Corsa al Ribasso”

Perseguendo la svalutazione come mezzo rapido e semplice per migliorare la competitività nazionale i politici, e gli economisti di professione che li appoggiano, in realtà stanno commettendo una grave ingiustizia verso la maggior parte dei propri concittadini. Un reale vantaggio competitivo può solo scaturire da una riforma liberale delle politiche economiche che remuneri l’operosità e l'imprenditorialità di un popolo, che protegga la proprietà privata, anche quella degli stranieri, dalla tassazione, e che incentivi i risparmi. Così facendo, nel corso del tempo, la quantità di capitale del paese in relazione alla popolazione aumenterà — un aumento di capitale pro capite, come dicono gli economisti — rafforzando la prosperità reale attraverso una maggiore produttività dei lavoratori. Invece di realizzare le dovute riforme economiche, i politici e gli economisti alla loro corte preferiscono la strada più facile della “corsa al ribasso,” per cui ciascun paese cerca di rilanciare le proprie esportazioni con svalutazioni competitive nei confronti di tutti gli altri. Attraverso questa strada la quantità di capitale che si riesce ad accumulare nel paese, anziché aumentare tende lentamente a diminuire, causando un decremento del benessere reale.

L’Azzardo Morale del Welfare State

Non c'è niente che possa impedire a ogni membro dell’Unione monetaria europea di diventare davvero più competitivo. Tutto ciò che serve è la volontà di abbassare i prezzi. Come mezzo comune di scambio, l’Euro sta rivelando semplicemente le strutture economiche non competitive. Allora perché quei paesi che desiderano essere più competitivi si rifiutano di abbassare i propri prezzi? La risposta sta nel Welfare State, nello Stato Sociale. In un’economia di mercato non ostacolata, non esiste disoccupazione strutturale: tutti coloro che desiderano lavorare possono farlo, perché di fatto non c’è mai carenza di lavoro, è solo una questione di prezzo. Tuttavia lo Stato Sociale offre l'illusione di aver rimosso i costi legati all’aver fissato per legge prezzi troppo alti. Si potrebbe dire che il Welfare State sia alla base delle rigidità strutturali di un’economia; tramite le leggi sul lavoro, le licenze, etc. esso ci illude costantemente di aver eliminato parte dei costi che invece emergerebbero e sarebbero ben chiari in una economia di mercato.

La svalutazione cerca di aggirare questo problema di fondo e pertanto non riesce mai a curare la reale mancanza di competitività di un paese.

Conclusione

Svalutare significa espansione monetaria. Il nuovo denaro prodotto deve entrare nell’economia da qualche parte — attraverso i pagamenti agli esportatori, per esempio. L'espansione conseguente viene mal interpretata come un segno del successo della svalutazione. Tuttavia nel più lungo termine essa si accompagnata a effetti deleteri come l’aumento del livello dei prezzi, una iniqua redistribuzione del reddito e l’avvio sistematico di investimenti improduttivi. Siccome nel lungo periodo i prezzi dei fattori di produzione degli esportatori aumenteranno facendo svanire i benefici immediati della svalutazione, si innesca inevitabilmente un meccanismo per cui diventa necessario ricorrere ad ulteriori espansioni monetarie. Tanto più sono i paesi che perseguono queste politiche, tanto maggiori le probabilità di generare una gara disastrosa al ribasso.

La reale soluzione al problema è il ritorno ad una moneta sonante. Solo una moneta rigida è in grado di rivelare le cattive politiche economiche perseguite da un paese costringendolo ad un tenore di vita in linea con le proprie possibilità. Nel contesto di un quadro monetario sano i governi, messi costantemente sotto pressione, sono costretti a liberalizzare le loro economie minimizzando quei fenomeni parassitari distruttori di ricchezza. Le svalutazioni ritardano o addirittura impediscono questo processo demolendo nel tempo la reale competitività del paese.

giovedì 22 marzo 2012

Breve Storia Dell'Economia Austriaca


Riprendo anche qui l'articolo di Usemlab.com

Oramai a pochi giorni dalla pubblicazione del libro delle lezioni di Huerta de Soto, vale la pena rinfrescare bene le idee su cosa sia la Scuola Austriaca di Economia, ripronendo questa bella sintesi di Lew Rockwell, tradotta in italiano per il Ludwig von Mises Italia da Luigi Pirri.
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La storia dell'economia Austriaca comincia nel quindicesimo secolo, quando i seguaci di San Tommaso d’Aquino, scrivendo e insegnando all’Università di Salamanca in Spagna, cercano di spiegare l’intera gamma dell’azione umana e dell’organizzazione sociale. Questi tardo Scolastici notarono l’esistenza di leggi economiche, di inesorabili forze di causa – effetto che operavano proprio come le altre leggi naturali. Per diverse generazioni, essi scoprirono e spiegarono le leggi della domanda e dell’offerta, le cause dell’inflazione, il funzionamento dei tassi di cambio e la natura soggettiva del valore economico – tutte ragioni per cui Joseph Schumpeter li definì come i primi veri economisti.
Gli Scolastici di Salamanca erano sostenitori dei diritti di proprietà e della libertà commerciale e contrattuale. Celebrarono il contributo del mercato alla società, opponendosi ostinatamente all’imposizione fiscale, al controllo dei prezzi e alle regolamentazioni che inibivano l’attività imprenditoriale. Come teologi morali, essi invitarono i governi ad obbedire ad un’etica rigorosa, che si opponeva al furto e all’assassinio. Ed essi vissero seguendo la regola di Ludwig von Mises: il primo compito di un economista è quello di dire ai governi ciò che non possono fare.
Il primo trattato generale sull’economia, Saggio sulla natura del Commercio in generale, fu scritto nel 1730 da Richard Cantillon, un uomo istruitosi secondo la tradizione scolastica. Nato in Irlanda, emigrò poi in Francia. Egli considerava l’economia un’area di ricerca indipendente e spiegò la formazione dei prezzi usando l’”esperimento mentale”, cioè il metodo dell’astrazione; capì il mercato come processo imprenditoriale e aderiva ad una visione Austriaca della creazione di moneta: il denaro entra nell’economia reale gradualmente, distorcendo i prezzi lungo la via.
Cantillon fu seguito da Anne Robert Jacques Turgot, l’aristocratico pro mercato francese e ministro delle finanze durante l’ancien régime. I suoi scritti economici furono pochi ma profondi. Il suo saggio “Valore e moneta” enunciò le origini della moneta e la natura delle scelte economiche: esse riflettono la posizione soggettiva delle preferenze individuali. Turgot risolse il famoso paradosso dell’acqua e del diamante che sconcertò gli economisti successivi, articolò la legge dei rendimenti decrescenti, criticò le leggi sull’usura (un punto d’attrito, questo, con i tardo Scolastici) e favorì un approccio liberale classico alla politica economica, raccomandando l’abolizione di tutti i privilegi garantiti alle industrie connesse col settore pubblico.
Turgot fu il padre intellettuale di una lunga serie di grandi economisti Francesi del diciottesimo e diciannovesimo secolo, in particolare Jean Baptiste Say e Claude – Frédéric Bastiat. Say fu il primo economista ad interrogarsi profondamente sul metodo. Capì che l’economia non riguarda l’accumulazione di informazioni e dati, ma la comprensione di fatti e assunti universali (ad esempio, i bisogni sono illimitati, le risorse sono scarse) e le loro logiche implicazioni.
Say scoprì la teoria della determinazione dei prezzi delle risorse, il ruolo del capitale nella divisione del lavoro e la “Legge di Say”: non può esservi prolungata “sovrapproduzione” o “sottoconsumo” sul libero mercato se ai prezzi è consentito di aggiustarsi in modo naturale; era un difensore del laissez – faire e della rivoluzione industriale, proprio come Bastiat. Da giornalista pro mercato, Bastiat sosteneva anche che i servizi non materiali erano soggetti alle stesse leggi economiche di quelli materiali. In una delle sue numerose allegorie economiche, Bastiat enunciò la “fallacia della finestra rotta”, resa popolare, più tardi, da Henry Hazlitt.
Nonostante la raffinatezza teorica di questa tradizione pre – Austriaca, la scuola Inglese del tardo diciottesimo e inizi del diciannovesimo secolo vinse la sfida, soprattutto per ragioni politiche. Questa tradizione (basata sull’oggettività e sulla teoria del valore – lavoro) portò allo sviluppo della dottrina Marxista dello sfruttamento capitalistico.
La tradizione Britannica dominante ricevette la sua prima vera sfida in molti anni quando i Principi di Economia di Carl Menger furono pubblicati nel 1871. Menger, il fondatore della Scuola Austriaca, riutilizzò l’approccio Scolastico – Francese all’economia, fondandolo su basi più solide.
Insieme agli scritti contemporanei di Leon Walras e Stanley Jevons, Menger diffuse la teoria soggettiva del valore e spiegò chiaramente, per la prima volta, la legge dell’utilità marginale (maggiore è il numero di unità di un bene che un individuo possiede, minore sarà il valore che egli attribuirà ad ogni data unità). Inoltre, Menger spiegò come la moneta nasca in condizioni di libero mercato, nel momento in cui la merce più commerciabile è desiderata non per il consumo, ma per la sua funzione di mezzo di scambio verso altri beni.
Il libro di Menger fu il pilastro della “rivoluzione marginalista” nella storia della scienza economica. Quando Mises disse che il libro “lo aveva reso economista”, non si riferiva solo alla teoria della moneta e dei prezzi di Menger, ma anche al suo approccio alla disciplina. Come i suoi predecessori nella tradizione, Menger era un liberale classico e individualista metodologico che considerava l’economia come scienza della scelta individuale. Le sue Indagini, apparse dodici anni dopo, si opponevano alla Scuola Storia Tedesca, la quale vedeva l’economia come l’accumulazione di informazioni al servizio dello stato.
Come professore di economia all’Università di Vienna, poi tutore del giovane ma sfortunato Principe ereditario Rudolf d’Asburgo, Menger restaurò l’economia come scienza dell’azione umana basata sulla logica deduttiva, preparando la via ai successivi studiosi per contrastare l’ascesa dell’ideologia socialista. Effettivamente, il suo allievo Friedrich von Wieser influenzò tantissimo gli scritti successivi di Friedrich von Hayek. L’opera di Menger rimane un’eccellente introduzione al metodo della scienza economica. Per certi versi, ogni Austriaco può dirsi allievo di Menger.
Il seguace e ammiratore di Menger all’Università di Innsbruck, Eugen von Böhm-Bawerk, si avvalse del pensiero di Menger, riformulandolo e applicandolo ad una serie di nuove problematiche, comprendenti il valore, il prezzo, il capitale e l’interesse. La sua Storia e Critica delle Teorie dell’Interesse, apparsa nel 1884, è un’opera di correzione degli errori della storia economica, nonché un’appassionata difesa dell’idea per cui il tasso di interesse corrisponda non ad una costruzione artificiale e data, ma sia parte integrante del mercato stesso. Esso riflette la “preferenza temporale”, cioè la tendenza delle persone a preferire la soddisfazione di bisogni nel presente piuttosto che nel futuro (una teoria ulteriormente sviluppata e difesa da Frank Fetter).
La Teoria Positiva del Capitale di Böhm-Bawerk dimostrò che il tasso “normale” di profitto è il tasso di interesse. I capitalisti risparmiano, pagano i lavoratori e attendono la vendita del prodotto finale per ricevere il loro profitto. Inoltre, spiegò che il capitale non rappresenta una struttura omogenea, ma un’intricata e diversificata struttura con una dimensione temporale. Un’economia in crescita non è solo conseguenza di un aumento del capitale investito, ma anche di sempre più lunghi processi di produzione.
Böhm-Bawerk ingaggiò una lunga battaglia intellettuale, con i Marxisti, sulla teoria dello sfruttamento capitalistico, rifiutando la dottrina socialista del capitale e dei salari molto prima che i comunisti giungano al potere in Russia. Egli condusse anche un seminario che, più tardi, sarebbe diventato il modello per il seminario Viennese di Mises.
Favorì, inoltre, politiche coerenti con la onnipresente realtà della legge economica. Considerava l’interventismo come un attacco alle forze di mercato, che non poteva avere successo nel lungo periodo. Negli ultimi anni della Monarchia Asburgica, fu tre volte ministro delle finanze, impegnandosi per bilanci in pareggio, moneta sana e gold standard, libero mercato ed eliminazione dei sussidi all’esportazione e altri privilegi monopolistici.
Fu la sua opera che irrobustì ed unificò il metodo economico della Scuola Austriaca, aprendo la via alla grande diffusione nelle zone di lingua inglese. Ma un’area in cui Böhm-Bawerk non sviluppò l’analisi partita da Menger fu quello della moneta, l’intersezione istituzionale tra l’approccio “micro” e quello “macro”. Un giovane Mises, consulente economico alla Camera di Commercio Austriaca, accettò la sfida.
Il risultato della ricerca Misesiana fu Teoria della Moneta e del Credito, pubblicato nel 1912. Enunciò l’applicazione della legge dell’utilità marginale alla moneta, configurando il “teorema regressivo” e rendendo palese come il denaro non solo ha origine dal mercato, ma deve sempre farlo. Attingendo dalla British Currency School, dalla teoria dei tassi di interesse di Knut Wicksell e dalla teoria della struttura della produzione di Böhm-Bawerk, Mises presentò le linee generali della teoria Austriaca del ciclo economico. Un anno dopo, si aggregò alla facoltà dell’Università di Vienna e il seminario Böhm-Bawerk si concentrò per due semestri sul libro di Mises.
La sua carriera si interruppe per quattro anni a causa della Prima Guerra Mondiale. Passò tre anni come ufficiale d’artiglieria e uno come funzionario ufficiale dei servizi segreti. Alla fine della guerra pubblicò Nation, State and Economy (1919), sostenendo le libertà economiche e culturali delle minoranze del disastrato impero e mettendo a punto una teoria sull’economia di guerra. Nel frattempo, la teoria monetaria Misesiana attirò l’attenzione degli Stati Uniti attraverso il lavoro di Benjamin M. Anderson jr., un economista della Chase National Bank (il libro di Mises fu stroncato da John Maynard Keynes, che in seguito ammise di non essere in grado di leggere e comprendere il tedesco).
Nel caos politico post Guerra, il principale teorico dell’allora socialista governo Austriaco fu il Marxista Otto Bauer. Avendo conosciuto Bauer al seminario di Böhm-Bawerk, Mises lo istruì, notte dopo notte, sulla scienza economica, convincendolo ad abbandonare le sue politiche e vedute Bolsceviche. I socialisti Austriaci non perdonarono mai questo a Mises, scatenando, contro di lui, una guerra accademica che non gli permise di ottenere una cattedra retribuita presso l’università.
Imperterrito, Mises si dedicò al problema del socialismo stesso, scrivendo un saggio di grande successo nel 1921, che trasformò nel libro Socialismo nei due anni successivi. Il socialismo non consente proprietà privata o scambi di beni capitali, quindi non c’è modo, per le risorse, di essere allocate nel modo migliore. Una economia pianificata avrebbe condotto, secondo la previsione di Mises, al caos totale e alla fine della stessa civiltà.
Mises sfidò i socialisti a spiegare, in termini economici precisi, come il loro sistema avrebbe funzionato, un compito che i socialisti avevano finora evitato. Il dibattito tra gli Austriaci e i socialisti continuò negli anni successivi e, fino al collasso del socialismo nel 1989, gli studiosi pensarono che il dibattito fosse risolto in favore dei secondi.
Intanto gli argomenti di Mises sul libero mercato attrassero un gruppo di ex socialisti, tra cui Hayek, Wilhelm Roepke e Lionel Robbins. Mises iniziò a tenere un seminario privato nei suoi uffici alla Camera di Commercio; esso fu seguito da Fritz Machlup, Oskar Morgenstern, Gottfried von Haberler, Alfred Schultz, Richard Von Strigl, Eric Voegelin, Paul Rosenstein-Rodan e molti altri intellettuali da tutta Europa.
Oltre a ciò, durante gli anni ’20 e ’30, Mises era impegnato su altri due fronti accademici. Diede il colpo di grazia alla Scuola Storica Tedesca con una serie di saggi in difesa del metodo deduttivo in economia, che egli più tardi ribattezzò “prasseologia” o “logica dell’azione”; fondò anche l’Istituto Austriaco per la Ricerca sul Ciclo Economico, mettendovi Hayek alla guida.
In questi anni, Hayek e Mises produssero molti lavori sul ciclo economico, avvisando dei pericoli dell’espansione creditizia e prevedendo la crisi monetaria incombente. Questo lavoro fu citato dal comitato del Premio Nobel nel 1974, quando Hayek ricevette il prestigioso riconoscimento in economia. Lavorando in Inghilterra e in America, Hayek diventò poi l’avversario principale del Keynesismo con i suoi libri sui tassi di cambio, sulla teoria del capitale e sulla riforma monetaria. Il suo popolare Road to Serfdom (it.: La via della schiavitù), aiutò a rivitalizzare il movimento liberale classico in America dopo il New Deal e la Seconda Guerra Mondiale; elaborò la sua serie Legge, Legislazione e Libertà basandosi sull’approccio tardo Scolastico al diritto, applicandolo per criticare l’egalitarismo e altri miti come la “giustizia sociale”.
Verso la fine degli anni ’30, dopo aver sofferto della depressione mondiale, l’Austria fu minacciata dai Nazisti. Hayek si era già trasferito a Londra nel 1931 su sollecitazione di Mises e, nel 1934, Mises stesso si trasferì a Ginevra per insegnare e scrivere all’International Institute for Graduate Studies, emigrando poi negli Stati Uniti. Conoscendo Mises come nemico giurato del socialnazionalismo, i Nazisti confiscarono gli scritti di Mises nel suo appartamento, nascondendoli durante la guerra. Ironia della sorte, furono proprio le idee di Mises, filtrate attraverso il lavoro di Roepke e la saggezza politica di Erhard, che condussero la Germania postguerra alle riforme economiche che avrebbero aiutato a ricostruire il paese. Successivamente, nel 1992, gli arcivhisti Austriaci ritrovarono gli scritti rubati a Mises in un archivio riaperto a Mosca.
A Ginevra Mises scrisse il suo capolavoro, Nationalokonmie, e, dopo l’arrivo negli Stati Uniti, rivide ed espanse il lavoro ne L’Azione Umana, pubblicato nel 1949. Il suo studente Murray N. Rothbard lo definì “la grande impresa di Mises e uno dei migliori prodotti della mente umana nel nostro secolo. C’è tutta l’economia”. La comparsa di questo lavoro fu il compimento dell’intera storia della Scuola Austriaca e quest’opera rimane il trattato economico che definisce la Scuola. Nonostante questo, non fu ben accolto nel settore, che aveva già ampiamente abbracciato la dottrina Keynesiana.
Sebbene Mises non ottenne mai il posto accademico meritato, egli raccolse studenti intorno a lui all’Università di New York, come aveva fatto a Vienna. Anche prima della sua emigrazione, Henry Hazlitt era diventato il rappresentante di spicco, recensendo i suoi libri nel New York Times e Newsweek, e diffondendo le sue idee in classici come L’economia in una Lezione. Hazlitt apportò anche contributi originali alla Scuola Austriaca. Scrisse una critica riga per riga della Teoria Generale di Keynes, difendendo gli scritti di Say e restituendogli un posto centrale nella teoria macroeconomica Austriaca. Hazlitt seguì l’esempio di intransigente aderenza ai principi Misesiano e come risultato ottenne l’emarginazione dal giornalismo che conta.
Il seminario di Mises di New York continuò fino a due anni prima della sua morte, nel 1973. Durante quegli anni, Rothbard fu suo studente. Effettivamente, il suo Man, Economy and State (1963) fu composto secondo lo schema de L’Azione Umana e in determinate aree – teoria del monopolio, utility e welfare, teoria dello stato – rafforzò e completò le visioni Misesiane. L’approccio di Rothbard alla Scuola Austriaca si inseriva nella linea di pensiero tardo Scolastica, applicando la scienza economica in un contesto di diritti naturali di proprietà. Il risultato fu una piena e completa difesa di un ordine sociale capitalistico e privo di stato, basato sulla proprietà e la libertà di associazione e contrattuale.
Rothbard, dopo questo trattato, si dedicò ad un lavoro di investigazione della grande depressione, alla quale applicò la teoria Austriaca del ciclo economico per spiegare che il crollo del mercato azionario e la crisi economica furono causati da una precedente espansione creditizia bancaria. Successivamente, in una serie di studi sulle politiche del governo, mise a punto la struttura teorica necessaria ad esaminare tutti i tipi di intervento del governo e dello stato nel mercato.
Negli ultimi anni, Mises vide l’inizio della rinascita della Scuola Austriaca, che ha origine dalla pubblicazione di Man, Economy and State e continua fino ai giorni nostri. Fu Rothbard ad impostare coerentemente la Scuola Austriaca e la dottrina liberale classica negli Stati Uniti, in particolare con Conceived in Liberty, la sua serie di quattro volumi dedicata alla storia dell’America coloniale e alla secessione dalla Gran Bretagna. L’unione del giusnaturalismo Rothbardiano e della Scuola Austriaca giunge a compimento nel suo lavoro filosofico, L’etica della libertà; il tutto mentre scriveva una serie di articoli economici accademici raccolti in Logic of Action, pubblicato in due volumi nella serie “Economisti del Secolo” di Edward Elgar.
Queste opere seminali fungono da collegamento principale tra la generazione Mises – Hayek e gli Austriaci ora attivi per espandere la tradizione. In effetti, senza la volontà di Rothbard di sfidare le tendenze intellettuali del suo tempo, il progresso, nella tradizione Austriaca, avrebbe potuto accusare una battuta d’arresto. La sua saggezza e profonda cultura, personalità gioiosa, conoscenza enciclopedica e il suo ottimismo hanno ispirato innumerevoli studenti a rivolgere la loro attenzione alla causa della libertà.
Anche se gli Austriaci sono, oggi, in una posizione migliore rispetto a quella degli anni ’30, Rothbard, come Mises prima di lui, non venne ben trattato dal mondo accademico. Sebbene avesse occupato una cattedra, negli ultimi anni, presso l’Università del Nevada, Las Vegas, non ottenne mai una posizione tale da permettergli di dirigere dissertazioni o tesi. Ciò nonostante, riuscì a reclutare un ampio, attivo ed interdisciplinare seguito per la Scuola Austriaca.
La fondazione del Ludwig Von Mises Institute nel 1982, con l’aiuto di Margit von Mises come pure di Hayek ed Hazlitt, fornì un’ampia gamma di nuove opportunità a Rothbard e alla Scuola Austriaca.
Attraverso un flusso costante di conferenze accademiche, seminari didattici, libri, monografie, newsletter, studi e anche films, Rothbard e il Mises Institute hanno accompagnato la Scuola Austriaca verso l’era post socialista.
Il primo numero della Rivista di Economia Austriaca, diretto da Rothbard, apparve nel 1987, diventando semestrale nel 1991 e trimestrale nel 1998, The Quarterly Journal of Austrian Economics. Le scuole estive del Mises Institute si tengono ogni anno dal 1984. Per molti di questi anni, Rothbard presentò le sue ricerche nel campo della storia del pensiero economico. Queste culminarono nell’opera Una visione Austriaca sulla Storia del Pensiero Economico, due volumi che allargano la storia della disciplina fino a comprendere ed analizzare scritti di secoli addietro.
Grazie alle borse di studio, guide dello studente, bibliografie e conferenze del Mises Institute, la Scuola Austriaca ha permeato, in qualche modo, praticamente ogni dipartimento di economia e scienze sociali in America e in molti paesi esteri. La Conferenza annuale degli Studiosi Austriaci, all’Università di Auburn, attira esperti da tutto il mondo per discutere, dibattere ed applicare l’intera tradizione Austriaca.
L’affascinante storia di questa grande scuola di pensiero, attraverso i suoi alti e bassi, è la storia di come grandi menti possono far progredire la scienza e opporsi al male con creatività e coraggio. Ora la Scuola Austriaca entra nel nuovo millennio come portabandiera intellettuale della società libera. Se può fare questo, è grazie alle eroiche e brillanti menti che costituiscono la storia familiare della Scuola e a quelli che portano avanti questa eredità insieme al Ludwig von Mises Institute.
Tutti gli argomenti trattati qui sono discussi in maggior dettaglio nella corposa letteratura della Scuola austriaca. La Study Guide è un buon inizio. Il catalogo dispone anche di una biblioteca essenziale.
Vedi anche “Capire la Scuola Austriaca” di Henry Hazlitt

mercoledì 14 dicembre 2011

Al di là delle chiacchiere da bar


Altro ottimo articolo di Francesco Carbone di Usemlab


Avete fatto caso a un particolare? Tutte le soluzioni proposte dagli esperti per risolvere questa crisi dell'Euro ruotano intorno allo stampar denaro, e quindi necessariamente intorno allo svilire moneta (o, per usare un termine politically correct, intorno alla svalutazione). Secondo questi ragionamenti, la colpa ovviamente è dell'Euro in quanto moneta rigida, ed è della BCE che, ossessionata dalla stabilità dei prezzi, non stampa abbastanza come fa la FED. In breve: l'Euro si è rivelato una proxy del Gold Standard e sta facendo gli stessi danni degli anni Trenta quando gettò l'America nella Grande Depressione.


Così ci siamo ridotti dopo decenni di insegnamenti keynesiani e monetari: si cade facilmente nella solita inversione causa effetto, si avanzano i soliti capri espiatori, si propongono le solite soluzioni che non sono soluzioni ma operazioni tampone che rimandano il problema nel tempo e lo stratificano su quello corrente. Insomma i soliti poveri ragionamenti di chi non ha una teoria coerente alle spalle, di chi spizzica e boccona letture economiche di qua e di là, spulciando numeri e statistiche che poi come un piccolo fisico elabora più o meno inutilmente con la pretesa di trovare la formula magica della prosperità economica. Alla fine dell’orrendo mescolone viene servito il cliché di sempre, utilizzato oramai da quasi 100 anni per risolvere ogni crisi: iniettare nuovo denaro nell’economia.


La mia domanda per tali soggetti dovrebbe essere ben nota: come si può pretendere di risolvere problemi che hanno origine monetaria stampando ancora più denaro? Siamo o no in una contraddizione che non sta in piedi?


Certo che siamo in una contraddizione irrisolvibile! Iniettando altro denaro nel sistema non si risolve un bel niente! Nel migliore dei casi si mette una bella toppa mirata ad invertire per qualche altro mese la spontanea contrazione del credito. Contrazione che tuttavia non è affatto casuale. Nonostante oramai tutti blaterino di questo nuovo mostro chiamato Credit Crunch, per ignoranza economica ci si dimentica, praticamente sempre, di ricordare che questa contrazione ha ragioni ultime ben precise: previamente quel credito era stato generato senza risparmio reale corrispettivo e sottostante. In altre parole, si tratta di credito artificialmente generato dal sistema bancario in virtù di quell'aborto giuridico spiegato in Riserva Frazionaria per Dummies.


Tamponando il problema con iniezione di nuovo denaro al più lo si sposta, avanti nel tempo o in là nello spazio. Nel frattempo, cioè fino alla crisi successiva, non solo si continuano ad alimentare sviluppi economici insostenibili ma si fomenta anche tutta una serie di fenomeni paralleli che da sempre sono sintomatici della crisi stessa: comportamenti irrresponsabili, disastri ambientali, eccessivo sfruttamento delle risorse, globalizzazione fondata su termini finanziari anzi che economici, consumismo che erode capitale, distribuzione iniqua delle ricchezze, e via dicendo.


Fate poi caso a un altro dettaglio: i soggetti che offrono la soluzione dello stampar denaro, oltre ad addurre cause che in realtà sono effetti o sintomi, o cause che risultano essere accidentali, evanescenti o addirittura del tutto inconsistenti, sono molto spesso, forse solo per qualche imbarazzante casualità, sul libro paga del fallito settore pubblico o bancario. Ahimè questo avviene anche tra i blogger che popolano la rete e che oramai vanno tenacemente a rinforzare le schiere di quegli inflazionisti che per tradizione appestano cattedre, televisioni, giornali.


Da qualche tempo, per giustificare le proprie proposte inflazionistiche, peraltro sempre più folli e consistenti (oramai si è arrivati a proporre senza alcun pudore il ben noto BAZOOKA da qualche trilione di Euro) gli inflazionisti si appigliano a una evidenza contingente: solo l’Europa versa in pessime condizioni, mentre i paesi svincolati dalla rigidità dell’Euro e ben più prodighi nello stampar denaro, sono ben fuori dalla tempesta, nonostante in qualche caso presentino numeri peggiori di quelli forniti dai maiali europei.


Allora vediamo di ricordare il quadro generale, perché non credo che questi soggetti l’abbiano ancora afferrato (magari la lettura dei nostri libri spalancherebbe a quelli in buona fede le porte della percezione). L'Europa oggi sta per saltare non perchè stia messa molto peggio degli USA, degli UK, del Giappone o della Cina, ma perchè le circostanze, tra cui anche la dabbenaggine dei nostri Eurocrati, ha portato le forze distruttive di questo fallimento globale a scaricarsi prima sull'Europa che non sugli altri paesi.


Mentre negli ultimi due anni altri attori, più scaltri, sono riusciti in qualche maniera a defilarsi dal fallimento sistemico emerso nel 2008, l'Europa è rimasta al palo. Un po' come nel gioco che si faceva da bambini, dove si corre intorno alle sedie, in numero pari a quello dei giocatori meno uno, e allo stop si va tutti a cercare il proprio posto. Come saprete, in questo gioco, qualcuno inevitabilmente resta in piedi ed esce di scena prima degli altri. Non mi meraviglia affatto che al palo sia rimasta l'Europa. Anzi per certi versi lo avevo anche messo in conto.


Plausibilmente poteva rimanerci il Giappone, o l'Inghilterra o qualunque altra nazione di questo pianeta. Una volta, ad esempio, saltavano generalmente i paesi periferici, vittime delle politiche del Fondo Monetario Internazionale. Nel giro di poco tempo questi paesi venivano regolarmente depauperati dai paesi più industrializzati e il gioco ripartiva. Dal 2008 le cose sono arrivate al capolinea, forse anche per il motivo che in giro per il mondo non è rimasto più granchè da depredare con i soliti vecchi metodi, mentre il marcio lentamente è arrivato al cuore del sistema proprio nei paesi che hanno sempre avuto modo di fare o di unirsi alla voce grossa.


Fatto sta che da quando la crisi del 2008 è scoppiata proprio nel cuore dei paesi industrialmente più avanzati, portando alla luce la sostanza di un default finanziario sistemico e globale, alcuni di questi paesi sono stati più bravi di altri e sono riusciti lentamente a spostare e quindi a isolare la percezione del fallimento intorno alla sola Europa. In fondo, se qua tutti sono falliti, la bravura di ciascun giocatore sta nello spostare la percezione del fallimento lontano da sé, preferibilmente su qualche altro soggetto in palese difficoltà.


Per circostanze, endogene ed esogene, al palo è rimasta l'Europa. Un continente ingessato da pericolosissimi Eurocrati che hanno avuto la pessima idea di inventarsi una valuta unica il cui difetto non è stato tanto quello di essere rigida (la rigidità ha invece il pregio di far emergere i problemi sottostanti, ahinoi oramai troppo grossi per essere risolti con una manovrina da qualche decina di miliardi!!) ma quello di incentivare trasferimenti di ricchezza insostenibili, e quindi inaccettabili, all'interno dell'Unione europea.


Mentre quindi altri paesi possono continuare a fare il gioco delle tre carte, tirando calci al problema, gli Europei si sono cacciati in una situazione tale per cui questa temporanea scappatoia sembra preclusa dalle regole che l’Unione stessa si era data tempo fa. E così sono rimasti al palo. Ciò significa che se un domani riuscissero a riprendersi una sedia, rientrando nel gioco, nel giro di poco tempo le forze di questa enorme crisi, di carattere sistemico e globale, si sposterebbero su qualche altro paese industrialmente avanzato, innescando meccanismi analoghi altrettanto pericolosi e contagiosi come quelli che stanno affliggendo oggi l’Europa.


Per come la vedo io non c'è dubbio che prima o poi la catena che unisce il mondo finanziario globale salterà in aria per intero. Essa coinvolgerà tutti i paesi del pianeta in un Crack up Boom globale dove chi ha poco e niente da perdere perderà poco e niente, e dove invece chi ha goduto immeritatamente di un benessere in gran parte illusorio pagherà a caro prezzo il necessario reset del sistema. L’Italia, per i motivi che ho argomentato peraltro anche nella postfazione della Tragedia dell’Euro rientrerà sicuramente tra questi ultimi.


Una delle più belle lezioni di Mises è condensata in un semplice paragrafo. Ricordiamolo: "Non c'è modo di evitare il collasso finale di un boom indotto da un'espansione creditizia. La scelta è solo se la crisi debba avvenire prima come risultato dell'abbandono volontario di un'ulteriore espansione del debito o più tardi con la totale catastrofe del sistema monetario coinvolto".


E continuo a insistere sul Crack up Boom, rigettando l'idea del Credit Crunch, per il semplice motivo che in un sistema fiat, cioè di denaro a corso forzoso, il Credit Crunch, inteso come contrazione del credito artificialmente generato dal sistema bancario a riserva frazionaria, verrà in qualche maniera sempre tamponato. Potete starne sicuri. Lo si è fatto quando in teoria non era possibile, cioè rimuovendo l'oro dal sistema monetario. Lo si è fatto sistematicamente per altri 100 anni fino a gettare nel sistema trilioni di fiat valute in maniera esponenzialmente crescente. Lo si farà nuovamente continuando a intervenire con cifre ancora più spaventose, la cui perdita di controllo presto o tardi porterà alla catastrofe monetaria.


Che quindi i burocrati trovino pure una soluzione per tamponare il Credit Crunch attualmente in corso in Europa. Benvenga! Non fosse altro che per mettere a tacere tutti i phastidiosi inflazionisti che parlano di Bazooka Spaziali, Lame Rotanti, Fiamme Tricolori. Io stesso sono sicuro che messi alle strette si inventeranno una qualche diavoleria e con un bel Bazooka Galattico spareranno in vena al sistema europeo una decina di trilioni di euro. Ma state sicuri che tale rimedio non avrà vita lunga e tantomeno sarà una soluzione definitiva. Costituirà solo l'ennesima misura tampone mirata a spostare altrove, ingigantendolo, il problema. Presto o tardi qualcuno rimarrà travolto da tale follia inflazionista innescando quella reazione a catena che si porterà via il sistema monetario così come lo conosciamo oggi.


Io direi invece che al di là delle chiacchiere da bar su come risolvere temporaneamente questa crisi, che molto spesso si risolvono in tempo e fiato sprecato, la cosa davvero importante che è rimasta da fare a quelle persone che si reputano intelligenti, libere e responsabili è quella di opporsi con tutte le proprie forze a questa ipocrita evoluzione in corso. La verità, infatti, è che dietro il pretesto della crisi stiamo subendo una costante privazione delle libertà economiche e civili, nonché una vessazione sempre più invasiva da parte dell’improduttivo gabelliere che ci governa. Questo oramai è ciò che conta perché questa privazione delle libertà e questa coercizione predatoria saranno cause di danni sempre maggiori, conflitti e tragedie sociali sempre più gravi.


E' da situazioni come queste che sono nate le dittature e si sono fatti milioni di morti. Pertanto, qua in Europa, prima ancora di pensare a come salvarci dal Credit Crunch (vedrete ci penserà Marietto Draghi con qualche trilionata di Euro! Pensate piuttosto a come salvarvi dal Crack up Boom!), dovremmo seriamente cominciare a pensare a come salvalguardarci dai burocrati, dai politici e dai banchieri che ci hanno divorato il futuro e che non si fermeranno finchè non saremo noi, in qualche modo, a fermare loro.


E’ mia opinione, maturata sullo studio della scienza economica, che questo nuovo processo teso a recuperare le libertà individuali richieda necessariamente sia un ripensamento radicale del sistema monetario (il sistema a riserva frazionaria con denaro fiat gestito da banca centrale è definitivamente fallito!) sia di quello politico (lo Stato sociale è fallito!). Queste sono le cose davvero importanti, ed entrambe passano necessariamente dalla fine del progetto europeo così come è andato delineandosi negli ultimi anni. Esso infatti esaspera su scala continentale tutti i problemi a monte di questa profonda crisi economica.


Non vi sorprenda pertanto che messo di fronte a diversi scenari io preferisca quello del disfacimento totale del progetto Euro, nonché di questa malsana Unione europea di fortissima matrice statalista e burocratica la quale, sia in termini di libertà economiche e civili sia in termini di prosperità economica, ha fatto e continua a fare ancora più danni di quelli già creati a livello nazionale dai singoli Stati che la compongono.